“Nel tempo delle Catastrofi. Resistere alle barbarie a venire” Isabelle Stengers, a cura di Nicola Manghi, Rosenberg & Sellier, 2021.

Dopo la traduzione di ‘Essere di questa terra’ di Bruno Latour (Rosenberg & Sellier, 2019), Nicola Manghi offre alle lettrici e lettori in italiano questo testo di Isabelle Stengers. Non desta stupore il fatto che anche dopo diversi anni dall’originale elaborazione di questi pensieri – la prima edizione è del 2009, e anche le precedenti traduzioni di Stengers sono ‘datate’ – il testo, e in generale il pensiero di Stengers, sia di pressante attualità. Dapprima lavorando insieme al premio Nobel Prigogine (1), successivamente intercettando le ricerche di Michel Serres e dello stesso Bruno Latour, Stengers ha l’indubbio merito di aver elaborato alcuni strumenti intellettuali utili per comprendere le dinamiche attuali e per resistere alle barbarie a venire.

Il presupposto è chiaro fin dal titolo: la condizione storica in cui viviamo è, e sarà, costellata da eventi catastrofici. Gaia, che fino ad ora è rimasta sullo sfondo delle frenetiche attività sociali, inizia a muoversi, noncurante delle dinamiche che il suo movimento intercetta. Secondo Stengers, come afferma anche nella interessante intervista proposta a completamento di questa traduzione ‘Non c’è contratto con Gaia. È implacabile, se ne fotte. Semplicemente, non è equipaggiata per fare altro rispetto a quello che fa’ (p. 166). Non saranno le istituzioni democratiche dello Stato, né i dettami rassicuranti della Scienza, benché meno il ‘capitalismo verde’ ad offrire delle soluzioni all’insorgere di dinamiche esclusiviste, intolleranti e violente a seguito di eventi catastrofici. Il suo pensiero si rivolge direttamente ad una conoscenza futuribile, che componga schegge ascrivibili a diversi di questi agglomerati. Proprio la storia della conoscenza scientifica moderna, della sua produzione e socializzazione, coincide con l’originale interesse di ricerca di Stengers. Qui sicuramente ha trovato un buon alleato in Latour e i suoi studi sulla ‘scienza in azione’, il fatto scientifico non nella sua veste finale, ma nel suo processo di formazione. A partire dalle conflittualità ambientali, dalle controversie tra ricercatori rispetto ad una specifica questione ecologica, hanno scorso l’origine di un problema che affonda le radici nella costituzione moderna (Latour 2001) e nella sua capacità, possibilità, di relazionarsi all’alterità non umana. La conoscenza per entrambi questi studiosi è l’oggetto di questa possibilità. Ogni conflitto sulla natura è un conflitto sulla conoscenza. Intercettando la crescente mole di studi riguardo gli Science and Technology Studies (STS) da una parte, e le ecosofie dall’altra (Stengers, tra gli altri, ha lavorato molto sulla filosofia di Deleuze e Guattari), hanno sia permesso l’ibridazione di campi di studio diversi, sia affermato la composizione come metodo conoscitivo e di azione politica. Rispetto a Latour, Stengers ravvede il profondo carattere depatriarcalizzante di questa conoscenza politica di ricomposizione del cosmo: non la vede solo nelle forme di conoscenza neglette, ma anche nella stessa possibilità di rimanere con Gaia, di stare con il problema – per dirla con una espressione di Haraway che tanto si è ispirata al lavoro di Stengers. È attraverso uno studio del metodo conoscitivo e di come viene rappresentato, utilizzato, mascherato nelle società moderne occidentali, che Stengers si pone nell’ottica di ricomporre delle pratiche ecologiche – nella concezione di ecologia guattariana. I movimenti contadini – che cita anche nell’intervista finale – le pratiche sperimentali degli scienziati che si ribellano all’economia della conoscenza, le invenzioni degli informatici che resistono all’appropriazione capitalistica del proprio sapere, sono alcuni degli esempi che tratta nel corso di questo testo. Sia chiaro: non sono esempi che bastano da soli, e non è interesse dell’autrice creare proseliti rispetto a queste esperienze, ma piuttosto ragionare attorno alla fenomenologia della ricerca di risposte pratiche, composizione di saperi e strumenti che queste esperienze veicolano.

Uno dei migliaia di incendi scoppiati questa estate nel meridione d’Italia – foto Collettivo Epidemia.

Oggi le parole di Stengers assumono una profondità diversa: la crisi generata dal coronavirus ha sicuramente reso manifeste delle dinamiche anticipate nel libro, come permette di metterne in luce di nuove e possibilmente inaspettate. Le due posizioni nei confronti delle quali Stengers si smarca sembrano aver esacerbato i caratteri con cui sono descritte nel testo. Da una parte la Scienza, con la ‘S’, che si fa portatrice di ‘tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità’ (p. 120) ed è ossessionata dalla pulizia epistemologica, dal mandato di portare la luce dove regna l’oscurità, al costo di glissare sul ruolo di praticiens dei ricercatori, sulle complessità della costruzione della conoscenza. Solo oscurando il processo si può ergere come ente morale, facendosi supportare dai successi ottenuti. Dall’altra parte, la critica del reale come una ‘costruzione sociale’, diventata gioco di specchi, interessata alla sua trasformazione come un fine in sé, che non genera quella liberazione che sembra promettere: ‘lungi dal liberare nuove domande e nuovi possibili, insegue l’ombra di ciò che una volta aveva fatto vivere e pensare, e onora ciò che non riesce a far vivere e pensare nessuno’ (p.121). Come storica della scienza ravvedere l’origine illuminista di entrambe queste posizioni: da una parte la difesa della ragione, dall’altra la difesa dello ‘spirito critico’. Di fronte a queste due derive Stengers non intende proporre uno smantellamento semplicistico di quello che c’è, un rinnegamento dell’evento in virtù dei suoi limiti e delle sue ambiguità, piuttosto vuole sottolineare come nell’epoca in cui è il progresso stesso a trovarsi nello scaffale delle illusioni perdute, concorrano entrambe a produrre la barbarie, facendo apparire come sogno, utopia e illusione qualcosa a cui “la realtà” impone di rinunciare. Eppure “il mio discorso sarebbe insufficiente se fosse recepito come un invito alla tolleranza, alla necessità di sospendere l’arma critica per consentire a una qualunque credenza arcaica o new age di nutrire la resistenza a questa ‘realtà’”: queste ‘cause’ avranno bisogno dell’attenzione del pharmakon, della consapevolezza che ciò che può essere rimedio è suscettibile di divenire veleno quanto più viene usato senza prudenza ed esperienza. E ancora, Stengers sembra avere già in mano la visione di quello che succederà, consapevole che l’epica eroica che segue la distruzione dell’illusione ha la conseguenza di conferire potere al gioco mimetico che nasconde le illusioni stesse dall’altra parte della porta. E’ in questa condizione di stupidità che si manifesta l’azione dei ‘responsabili senza mandato’.

Di fronte alla situazione questionante che suscita Gaia, che a nostro parere viene colta perfettamente, Stengers propone una cultura del dispositivo: dispositivi concreti di relazione, che radunino le persone attorno a situazioni concrete,  a domande funzionali, a pratiche specifiche: “Che l’ambiente di un gruppo che sperimenta la possibilità di un regime collettivo di pensiero e di azione possa essere al tempo stesso ciò che avvelena, ciò che minaccia e ciò con cui bisogna creare dei legami indica chiaramente che ogni scorciatoia di pensiero, qui, si promette letale – proprio come la ricerca di qualsivoglia garanzia, o il tentativo di estrapolare modelli da ciò che è all’ordine della sperimentazione. Le domande che un gruppo di questo genere suscita, essendo parte dell’ambiente di questo gruppo, sono domande operanti, anche e soprattuto se si pretendono neutre, come le domande del giudice o dello spettatore. Quanto alle risposte, non saranno mai generali, ma sempre legate all’invenzione di mezzi pratici per “fare risposta” (p. 139). 

La documentazione dei fallimenti o successi dei dispositivi, così come la testimonianza dell’evento catastrofico, consentono di “trattare” certi veleni come prevedibili, di creare strumenti in grado di far sì che che le immaginazioni non siano immaginari ingenui, ma operatori capaci di offrire suggerimenti utili.

 

Note:

1)Abbiamo ospitato un articolo che ripercorre gli studi di Prigogine recentemente qui.