21 maggio: lo sciopero dei braccianti ed oltre

 21 Maggio: lo sciopero dei braccianti e oltre

Il 21 maggio è stata una giornata di sciopero e protesta nelle campagne del foggiano, al grido di “Uguale lavoro, uguale salario”. Una protesta contro le condizioni di lavoro e sopratutto contro la precarietà giuridica che obbliga migliaia di persone a vivere in bilico ed in attesa, impossibilitati a programmare il proprio futuro poiché incerti anche sul domani. La pandemia ha reso innegabile il contributo fondamentale dei lavoratori migranti per il settore agro-industriale italiano. Ma fintanto che gli esseri umani saranno concepiti solo in relazione alla loro utilità produttiva sarà improbabile un miglioramento delle condizioni di vita e lavoro. Nelle campagne del Sud Italia, l’idea dell’Europa come terra di possibilità sbiadisce, trasformandosi gradualmente nella rappresentazione del fallimento del progetto migratorio. Terre di emigrazione, già marginali, si trasformano in un bacino di compensazione, rifugio momentaneo per chi non ha altro luogo dove andare, in un’Europa che si ostina a negare i “diritti degli altri”. Per i lavoratori di origine africana si aggiunge inoltre un ulteriore elemento, spesso ignorato ma evidenziato da Soumahoro durante lo sciopero. La “razzializzazione”: non sono solo lavoratori migranti sfruttati, ma soggetti razzializzati, con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di esclusione sociale e discriminazione. Lo sciopero del 21 maggio non è stata la prima occasione di lotta e denuncia dei braccianti migranti e non sarà l’ultima. Ma solo un movimento coeso, non frammentario né orientato a personalismi potrà avere la forza necessaria per portare un cambiamento radicale nelle condizioni di vita e lavoro dei braccianti migranti e più in generale nel riconoscimento della dignità delle persone migranti in Italia.

Il 21 maggio 2020 l’Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto lo “sciopero degli invisibili”, lo sciopero dei braccianti delle campagne per protestare contro la recente misura di regolarizzazione approvata dal governo, che lascerà migliaia di persone in una posizione di irregolarità. La misura è stata criticata poiché strutturata sulla base degli interessi produttivi piuttosto che alla tutela dei diritti delle persone. Il portavoce dell’USB Coordinamento Agricolo, Aboubakar Soumahoro, come la maggior parte delle organizzazioni attive nella difesa dei diritti dei migranti hanno evidenziato tra le criticità principali della misura approvata dal governo la subordinazione della regolarizzazione ad un rapporto di lavoro, la limitazione della misura ad un numero ristretto di settori produttivi (agricoltura, allevamento, pesca e lavoro domestico) e la breve durata della regolarizzazione (sei mesi di permesso per ricerca occupazione). A partire dall’inizio della pandemia, sono state lanciate numerose campagne, tra cui Siamo qui – Sanatoria Subito e una lettera appello promossa da Terra! e Flai-Cgil, per la regolarizzazione di tutti i cittadini stranieri senza permesso di soggiorno orientata alla tutela del diritto alla salute collettiva. Tuttavia, il provvedimento approvato dal governo non è andato in quella direzione e per come è stato strutturato rischia di escludere migliaia di persone. 

La provincia di Foggia è caratterizzata da numerosi insediamenti informali (tra cui i principali sono il Gran Ghetto, recentemente rinominato Torretta Antonacci, e l’ex-pista di Borgo Mezzanone). Qui, la questione della residenza rappresenta una delle rivendicazioni principali dei lavoratori migranti e uno degli ostacoli maggiori al rinnovo dei permessi di soggiorno. Infatti, a seguito dell’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, per convertire il permesso umanitario in permesso per motivi di lavoro è necessario avere un contratto di lavoro e una residenza. Tuttavia, sebbene la vocazione agro-industriale della provincia di Foggia permetta di trovare lavoro facilmente, la questione della residenza rimane per la maggior parte delle persone un ostacolo difficilmente superabile. Negli anni è fiorito un mercato di compravendita di residenze ma nella maggior parte dei casi risultano essere truffe e non permetto ai lavoratori migranti di convertire il proprio permesso.

La misura di regolarizzazione prevista dal governo è stata definita come finalizzata all’ “emersione dei rapporti di lavoro” piuttosto che una vera e propria regolarizzazione dei migranti in posizione di irregolarità. Tuttavia, il provvedimento è fortemente contraddittorio e sebbene sia stato presentato come finalizzato a combattere lo sfruttamento, con grande probabilità non farà altro che acuirlo. Da un lato, il primo canale di regolarizzazione, subordinando la regolarizzazione alla volontà del datore di lavoro, getta le basi per incrementare la posizione di vulnerabilità e ricattabilità dei lavoratori, che si vedranno costretti ad accettare qualsiasi condizione a patto di avere un permesso di soggiorno. Dall’altro lato, per accedere al secondo canale di regolarizzazione si richiede al lavoratore di dimostrare di aver precedentemente lavorato in agricoltura, allevamento, pesca o lavoro domestico. In assenza di un rapporto di lavoro regolare, si chiede di denunciare il datore di lavoro, senza tenere in considerazione la disparità di potere e le conseguenze che una denuncia avrebbe sulla possibilità del lavoratore di continuare a lavorare. Infine, la retorica anti-caporalato che caratterizza il dibattito pubblico spesso tende ad occultare l’esistenza di grave sfruttamento lavorativo anche in assenza di intermediazione di manodopera.

Molte delle donne che abitano negli insediamenti informali in provincia di Foggia sono impiegate nelle aziende di trasformazione. Per lavorare in fabbrica è necessario avere un contratto e dunque anche i documenti. Tuttavia, questo non impedisce né l’intermediazione di manodopera né lo sfruttamento. La sottodichiarazione delle giornate lavorative è uno dei principali meccanismi attraverso i quali i lavoratori e le lavoratrici sono private dei loro diritti, come anche della possibilità di richiedere l’indennità di disoccupazione e di accedere a varie misure di supporto al reddito. Come Ada, che da anni lavora con i documenti di altre sue connazionali : “Sono stanca di lavorare con i documenti degli altri, pomodoro con i documenti degli altri, broccoletti con i documenti degli altri, carciofi, asparagi con i documenti degli altri. Per il pomodoro quest’anno voglio avere i miei documenti. Se non posso, allora tanto vale che smetto di lavorare”.

“Non incendiare i nostri sogni, aiutaci a realizzarli”

 

Lo sciopero del 21 maggio ha rappresentato un momento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema dei diritti dei lavoratori migranti, unendo allo sciopero dei braccianti quello dei consumatori. Tuttavia, spesso la possibilità di una scelta etica dei prodotti è un privilegio che solo una parte ridotta dei consumatori possono permettersi. Per essere efficace, la lotta contro lo sfruttamento e per i diritti dei lavoratori del settore agricolo necessità di superare la divisione noi-loro e la caratterizzazione dei lavoratori migranti in termini vittimistici, per essere collocata all’interno di un panorama nazionale di sfruttamento del lavoro che permetta la formazione di coalizioni su più fronti. Allo stesso tempo, i sindacati tradizionali devono riconoscere la particolarità della condizione di oppressione vissuta dai lavoratori migranti, che va al di là della dimensione del lavoro e include lo status giuridico, il razzismo e la precarietà abitativa.

Foto e testi di Camilla Macciani.
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Camilla Macciani (1994) è una fotografa freelance e recentemente laureata in Migration studies alla Soas University of London. Da giugno 2019 fa ricerca sul tema del lavoro migrante in agricoltura nella provincia di Foggia.
www.camillamacciani.com Instagram camilla_macciani